10 Ottobre, Una Serata Di Karaoke

Scritto da Maurizio Seggioli

10 Ottobre
Una serata di karaoke

Sono stato invitato ad assistere una gara di karaoke in un locale ubicato in un paese vicino.
In verità ne approfitto per incontrarmi con il mio chitarrista che fa parte della giuria.
Ci arrivo trafelato dopo una giornata piena di scuola, di sottolineature con gli alunni e tanti polinomi vaganti che ho difficoltà a sistemare nelle residenze della loro parte razionale.
La verità è che sono alla spasmodica ricerca di banalità, di fatti raccontati che finiscono presto, di infimi luoghi comuni che chiedono accesso a più alte elucubrazioni mentali.
Mentre entro scorgo, fuori dal locale, dei signori e signore avvinghiati ai loro cellulari che danno impressione di dover risolvere importanti questioni internazionali.
Appena dentro la signora che mesce le birre non si accorge della mia presenza e fissa un punto indefinito nello spazio, mentre taglia il mio campo visivo una ragazza che sbuffa con un piatto di salsicce smilze e biancastre appoggiate indecentemente su piatti di plastica indeboliti dal peso.
Mi sistemano in un posto di passaggio dei camerieri di fronte ad una coppia che aggredisce la mia curiosità.
Lui mangia in modo compulsivo affastellando i bocconi provocando dei preoccupanti rigonfiamenti delle guance simili ai trombettisti delle big band degli anni 50.
La sua compagna lo guarda e nei suoi occhi appare un lieve moto di disperazione.
Ha i capelli rasati da un lato, gli occhiali da infermiera di film scollacciati e un top che non riesce a posizionarsi
sui suoi rigonfiamenti a macchia di leopardo.
I cantanti appartengono quasi tutti al genere femminile. Non sfigurano del tutto anche se presentano dei vestiti improbabili che spesso contraddicono la loro struttura fisica nel senso che sono al di fuori di una evidente e pervasiva normalità esistenziale.
I mariti o compagni sembrano dei babbei che roteano continuamente il capo per prendersi i bricioli di momentanea popolarità raggiunta dalle mogli o compagne.
Alcuni uomini di una certa età che mi sono di fianco, pur avendo visi corrugati e improbabili camicie a quadretti, cominciano a fare gli scemi con gli amici con battute che oscillano tra il non senso di Jonesco e le barzellette di Alvaro Vitali.
In fondo disturbano l’orrendo spettacolo musicale che, in quanto orrido mi piace tanto e mi riempie di gioia infinita. Finalmente per un paio d’ore i miei pensieri non dovranno incontrarsi con teorie complesse e fantasiose analisi sulla aberrante modernità.
Sempre più assisterò a c’eri spettacoli. Il signore mangione ammicca con sguardi libidinoso la compagna con i capelli rasati mentre questa lo fissa seria in un rumoroso e significativo silenzio.
Mi guardo intorno e scorgo una signora abbandonata su un divano, capelli neri corvini, vestito bianco drappeggiato e figlio che fa i capricci toccandole il viso continuamente.
Le frasi intonate non sono sostenute dal diaframma, la laringe sempre aperta e maschere facciali che sembrano voler estirpare il volto.
“Bravaaaaa” sento gridare dietro di me all’indirizzo di una cantante che ha posticipato le entrate, canta almeno un tono sotto e sembra voglia spolparsi il microfono.
La vera vita è questa, quella che si manifesta per quello che è scevra di incoerenza, pur sapendo che non conterà mai un…niente.

 

Una vita che scorre narrando episodi che si trasformano in storie che indicano precisi itinerari. Una vita sostenuta dalla passione verso il prossimo che, inevitabilmente, va a braccetto con le storie di ognuno di noi.
E poi mi indica precisi passaggi sulla vita che scorre, sul tempo che scompare e su una meravigliosa poesia dai versi corti, amari, ma sempre colorati come una interminabile primavera.

prio saluto.

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