15 agosto, Quattro+Due=Cinque
L’Esibizione
L’esibizione.
La location che ci accoglie è molto strutturata nel senso che esistono varie isole di costruzioni antiche, alcune di esse di una bellezza rurale e autentica.
Il sole picchia duro, e l’ombra tende a isolarsi in piccoli spazi fisici difficilmente raggiungibili.
Dobbiamo trasportare e montare gli strumenti, croce e delizia di ogni esibizione.
Io odio trasportare oggetti, financo la spesa trova la mia più irriducibile ostilità. Ma bisogna farlo e contribuisco, obtorto collo, anche perché un gruppo presenta inevitabili criticità che vanno condivise e affrontate serenamente.
L’elettronica di una band, pur basandosi su passaggi invisibili di elettroni, presenta una robusta fisicità negli strumenti che veicolano questi fasci di corrente che si trasformano in onde sonore
Ogni mio suono deve innestarsi, a pieno titolo, nel battere e nel levare del batterista in modo tale da creare sinergie ritmiche che fondono le sonorità nel pieno rispetto delle individualità.
Siamo in pantaloncini e maglietta, ormai sudati e alle prese con le posizioni di ogni singolo musicista. Mi metto vicino al batterista in quanto condivisori dell’impianto ritmico.
Le casse sono grandi, anche i monitor, le luci che danzano a un ritmo parallelo alla filiera armonica dei brani. E’ presente una delle “ragazze” del gruppo che non si tira indietro nei trasporti e spostamenti, oltre a procurare liquidi utili a una necessaria idratazione.
Le nostre cantanti costituiscono il valore aggiunto del gruppo in quanto conferiscono senso melodico al groviglio ordinato di accordi e melodie, oltre alla necessaria e significativa presenza scenica che genera collegamenti emotivi con il pubblico che ci sente.
Devo affermare con certezza che si tratta di belle persone che vivono le contingenze in modo intelligente e con uno stile elegante e sobrio, pur nelle marcate diversità caratteriali.
E’ quasi tutto pronto per il check sound. In prima battuta non funziona niente ma, come per magia, affiorano i primi suoni non regolati, quasi piatti in una uscita laboriosa e poco morbida. Pian piano il fonico risolve le diverse questioni sciogliendo un momentaneo pessimismo che ci assale.
Mettere a punto tutto è difficile e faticoso. Dopo quasi un’ora ci siamo. Proviamo dei brani e sembra tutto ok.
Ora doccia e vestizione. Siamo in un ambiente elegante e propendiamo per il total black. Il nero, si sa, re dissimula le criticità estetiche oltre a conferire dignità armonica a chi lo indossa.
L’età media è abbastanza alta. Inizia la figlia del nostro chitarrista con dei brani lenti ma di effetto. Voce esclusiva e armonici profondi fanno ammirare la potenza estetica dei pezzi.
E’ la nostra ora. I primi brani non sortiscono l’effetto sperato. Pochi applausi e una sorta di disattenzione civile. Per la verità gli ospiti mangiano, per cui la musica non si adatta molto alla ricerca inevitabile di sapori e profumi. I sensi sono impegnati in altre attività, anche se tue tavoli in prima fila ci degnano della dovuta attenzione.
I brani sono abbastanza noti, musica italiana arrangiata in chiave rock per dare spessore a sonorità talvolta flaccide e accomodanti. Il ritmo cresce così come l’interesse. Ma cresce anche il groove. I primi brani li abbiamo eseguiti con un ritmo di canto sotto la doccia.
Gli strumenti non si incontravano nelle loro sonorità determinando suoni paralleli e distinti.
Ogni colpo ritmico si dissolveva in un buco nero melodico.
Prendiamo quota con i medley e finalmente alcuni astanti cominciano a ballare e ritmare con movenze del corpo l’altalena degli accordi. Ci gasiamo pure noi, le nostre cantanti sorridono e cominciano a trasudare interessanti e complesse armonie.
Cresciamo sempre più, produciamo groove e cominciamo a divertirci. Perché suonare, pur se ha basi algebriche rigorose e vincolanti, deve generare piacere, consapevolezza di essere protagonisti della costruzione di intrecci sonori meravigliosi .
Noi ci riusciamo nelle nostre esibizioni e tutto il bagaglio emotivo raccolto ci serve per imparare volerci bene.


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